LABORATORIO NUM. ENNE

Osservazione e pre-produzione

flierRivoluzione Num. Enne è uno spettacolo prodotto dal laboratorio stagionale proposto dalla sezione teatrale di Thalìa, è stato pensato e pilotato da quattro dei soci di prima genitura. Il primo è Simone, ragazzo riccioluto, con un grande tonante tono di voce e un carisma proprio adatto a emergere guida del gruppo che introduce: «All’inizio dell’anno accademico noi di Thalìa ci riuniamo e presentiamo i progetti che vogliamo realizzare: c’erano cinque drammaturgie in corso di scrittura di cui tre erano accomunate dal tema della Rivoluzione: quella politica di H2O, quella ciclica di Godot sono Io e quella umana di Rivoluzione Num. Enne». In autunno, sono cominciati, il venerdì sera dai gentilissimi dell’Altra Babele, una serie di incontri che si sono poi risolti nello spettacolo presentato domani sera. Nessuno, Thaliamentre, di volta in volta, uscivano le parole chiave (es. #MiRibello) avrebbe pensato a un esito così complesso, eterogeneo e corposo. «Quando penso all’arte immagino un’intensa relazione di scambio fra persone e culture di cui il teatro è centro.» Simone ha una facoltà tutta sua di motivare il gruppo, l’accento romanaccio è plastico nel trasmettere le sue idee. «Il punto di snodo è che tutte le persone incontrate sono state per me, fonte di ricchezza. Con sincerità posso dire che il laboratorio teatrale è stata la principale fonte da cui ho attinto: realizzare un corso gratuito ha fatto sì che tanti miei coetanei interessati al teatro e all’arte in genere si unissero e partecipassero ad un obiettivo comune, ciascuno mosso dalle sue personali motivazioni, ciascuno donando ciò che sapeva. Durante i mesi trascorsi insieme, le personalità dei partecipanti al laboratorio venivano fuori e non potevo non notare come una rivoluzione stesse accadendo proprio in quella sala: un’aula studio che non aveva nulla di teatrale. 40 partecipanti, molti dei quali si approcciavano per la prima volta al teatro che si lasciavano guidare negli esercizi condotti da noi. Non raramente si sono creati momenti di poesia e forte relazione, anche fra persone che si conoscevano appena: se non era questa la Rivoluzione..! Pensai allora di riadattare il testo che stavo scrivendo, di portarlo al laboratorio per metterlo in scena con chi sta vivendo sulla propria pelle il cambiamento. Aprire il mio testo a una drammaturgia collettiva è stato il passo successivo per far diventare quello spettacolo ancor più un opera comune…» A supportare il prendere forma di questo flusso di idee ed emozioni l’instancabile Marzia. Il suo passo, per il cerchio disegnato dai partecipanti, si muove con determinazione e brio; raccoglie impressioni e delucida esercizi, completando l’insegnamento che assieme ai tre compagni si tenta di trasmettere. Da lei arrivano consigli su come vivere, al meglio, la scena: «Un attore in scena deve Marziaessere presente. Un attore deve essere costantemente in relazione con i suoi compagni e col pubblico. Innumerevoli esercizi preparano a questo, innumerevoli prove servono a sviluppare questa capacità. Pure l’attimo in cui si entra in scena è sempre sospeso. Mi riferisco ai pochissimi secondi in cui l’adrenalina ti porta in alto, l’emozione è fortissima ma tu devi saper controllare il turbinio interiore, per tenere pronti corpo, mente e voce. In quell’attimo il pubblico è una massa informe, non riesci a distinguerne i volti, è un agglomerato di respiri e ombre e ti sembra di poter avvolgere con l’energia che emani, di accarezzarlo tutto con l’aria che muovi in scena. Qualsiasi sia lo spazio della rappresentazione, per pochissimi secondi, attori e pubblico sospesi insieme, galleggiano a qualche centimetro da terra.» Quando ci si curava della respirazione – il diaframma è fondamento di ogni declamazione – a guidare era, invece, Margherita che in gola ha un nido di suoni vellutati e modali. Come raggio di un cerchio di persone stese a terra, lei suggeriva: «Il lavoro sulla voce può essere un lavoro tecnico accessorio alla creazione ed esecuzione di un personaggio. Per me, invece, è il punto di partenza. Non parlo di tecniche specifiche perché non sono una Margheprofessionista, piuttosto mi riferisco al mio modo di costruire un personaggio tramite la voce, al modo che vi sto suggerendo in questo momento. Ognuno di noi ha un proprio stile di pronuncia e cadenza di frasi, suoni e timbro che è composto da elementi evidenti (l’accento, per esempio; le erre mosce, la esse sibilante) e da elementi meno percepibili ma altrettanto definenti. È una parlata in cui ci sentiamo comodi ed esprimono noi stessi. Cambiare la parlata è il metodo più veloce e intuitivo per immergersi velocemente in un personaggio: parlando un modo diverso, ci sentiamo diversi e alla voce seguono i cambiamenti di postura, di gestualità e di atteggiamento in modo automatico. Si può pensare un primo livello rappresentabile dalle caricature e dalle macchiette, un’esagerazione della differenza vocale fra attore e personaggio; se il lavoro teatrale viene raffinato, da vita a personaggi teatrali complessi e vivi nel momento in cui l’attore fa sua la voce del personaggio e attenua l’esagerazione e la distanza.» Fra un incontro e l’altro ha preso forma il copione che domani sera si vedrà in scena. Chiediamo a Daniel, ultimo danielpilastro, di anticipare a terzi curiosi qualcosa: «Nel caso specifico di una rivoluzione mi vengono in mente da una parte il grido di guerra usato per incoraggiare i propri compagni, un modo per trasmettere dall’esterno verso l’interno (di chi ascolta) tutte le intenzioni che ci sono dietro quel desiderio, appunto, la Rivoluzione. L’urlo mi sembra un’azione che non deriva solo dalla rabbia o da qualche sorta di “violenza gratuita”, anzi penso che sia più legato alla frustrazione, alla disperazione, e che quindi, in fondo, abbia anche qualcosa di malinconico: non si trovano o non si possiedono altri mezzi per farsi sentire, quindi si urla. Vedo l’urlo, dall’altro lato, come ultimo mezzo, dopo che non è funzionato nient’altro, uno sforzo che potrebbe ferire anche chi grida in prima persona. Dopotutto si tratta di uno sforzo fisico; rischiamo di perdere la voce, di farci del male, ma nonostante ciò decidiamo, o forse siamo costretti a usare quest’ultimo rimbombante mezzo. Benché questa variante del concetto di Rivoluzione non sia che un quarto del complesso che apriremo domani sera…»

Giuditta l’Onesta-

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