Vie

Si è da poco conclusa la XX edizione del VIE FESTIVAL, rassegna di scena contemporanea, che per 3 giorni (13/15 ottobre) ha visto alternarsi sui palchi di Bologna, Modena, Vignola e Carpi, artisti d’ eccellenza e nomi internazionali.

Tra gli altisonanti nomi di Romeo Castellucci (Go down, Moses) e della China National Peking Opera Company (Faust) solo per citarne alcuni, erano presenti anche nuovi interpreti che da qualche anno a questa parte stanno facendo la fortuna della scena contemporanea: gli amatori, appunto.

Brevi Danze Giovanili, per la regia di Virgilio Sieni, vede sul palco persone comuni di diverse età, professioni e provenienza, che hanno contribuito a dar vita ad uno spettacolo corale e comunitario, nel quale, dice il regista, “professionisti e non professionisti lavorano fianco a fianco, nutrendosi gli uni degli altri”: gli interpreti, custodi della tecnica, e gli amatori, portatori di un nuovo tipo di passione, si incontrano sul palco lavorando con movimenti quotidiani resi straordinari dalla meticolosa regia, andando oltre i propri limiti fisici (dall’età avanzata alla mancanza di qualche arto), seguendo il perfetto equilibrio creato da questo nuovo modo di stare insieme su un palco.

La dolcezza e allo stesso tempo l’ energia con cui Sieni decide di affrontare le fragilità corporee dei non professionisti è quasi commovente, ma ancora di più lo sono l’ impegno e l’entusiasmo che ognuno di loro porta in questo progetto: “è un dialogo importante – dice ancora Sieni – che riporta in luce la questione della fragilità dell’umano attraverso la centralità del corpo”.

I danzatori lavorano in coppie mai uguali, in risonanze di duetti che a volte convergono, a volte divergono, a volte collaborano a volte si affrontano, e lo spettatore può farsi rapire dalla particolarità di una coppia, oppure lasciarsi piacevolmente confondere e riempire dall’insieme, mentre la meravigliosa Corale Savani di Carpi, diretta da Giampaolo Violi, corona il tutto con armonizzazioni vocali perfette, in brani che danzano da melodie africane a rumori più semplici come impronte di piedi nudi sulle tavole, da musiche quasi gregoriane a esperimenti contemporanei come una fortunata versione di Sweet Child O’ Mine.

Tutti erano coinvolti nel creare l’ armonia di queste brevi danze, chi con la voce, chi con il corpo, trasmettendo le emozioni più varie a chi si trovava ad assistere a questo esperimento, di certo non nuovo ma spesso efficace, di coinvolgere persone comuni in un Festival di grande importanza come il VIE.

Fonte: foglietto di sala dello spettacolo; sito ufficiale di VIE FESTIVAL.

Citazioni tratte dalla intervista a Virgilio Sieni di Andrea Nanni.

– Elisa Moscatelli

Roller Derby (2)

DERBY FOR DUMMIES! – Quando, dove, come, perché ROLLER DERBY

C’era una volta uno sport che affondava le sue radici su uno strano movimento di donne apparentemente masochiste che negli anni cinquanta parevano divertirsi un mondo nello sfidarsi su pattini a rotelle, mentre sfrecciavano a tutta birra su una pista ovale – una specie di wrestling su pattini. Più uno spettacolo, che uno sport, che pareva divertire moltissimo il pubblico, e che per molti anni andò forte nel continente a stelle e strisce, fino a che la fiamma dell’entusiasmo non si affievolì e il Roller Derby sembrò sparire dalla circolazione.
Cinquant’anni dopo siamo nel 2000, e da Austin, Texas, città famosa per il prosperare di infinite sottoculture, stili di vita alternativi, movimenti underground, il Roller Derby torna in auge, sotto abiti piuttosto mutati, ma comunque riconoscibile nel suo concetto di base: donne che sfrecciano su pattini, pista ovale, lividi, divertimento, e un concetto di femminilità completamente diverso da quello a cui siete abituati.
C’era una volta – e c’è ancora – il Roller Derby.
In questa nuova salsa il Roller Derby è un vero e proprio sport, con una lunga serie di regole, una Lega Ufficiale, la WFTDA (Women’s Flat Track Derby Association) e regolari campionati che si svolgono in tutto il mondo.
Ma che cos’è il Roller Derby?
Roller Derby (1)Immaginate una pista ovale, due file da quattro skater schierate sulla linea di partenza. Avete di fronte a voi il pack, costituito da quattro difensori per ogni squadra (le blocker) e immediatamente dietro questo, due attaccanti con tanto di stella sul caschetto (le jammer) pronte a partire.
Al fischio d’inizio, le jammer tenteranno di sfondare il pack per portare a casa più punti possibili, uno per ciascuna blocker avversaria che venga superata pattinando. Naturalmente, la difesa farà del suo meglio per impedire alla jammer di segnare punti, attraverso placcaggi che danno vita a un corpo a corpo davvero spettacolare. Il Roller Derby è infatti uno sport di contatto.
Tutto inizia con un film, inutile negarlo. Stiamo parlando di Whip It! (esordio alla regia di Drew Barrymore, 2009), il principale motivo dell’espansione a macchia d’olio del Roller Derby in Europa e in Italia.
Come può un movimento così harcore avere tratto linfa vitale da un film che, a conti fatti, è una commedia adolescenziale a tinte rosa? Il fenomeno è ancora più singolare, considerando che dal film le regole dello sport non si evincono chiaramente. Anzi, le sequenze di gioco sono piuttosto spastiche, frutto della difficoltà di riprendere le azioni e riportarle fedelmente in una sequenza lineare.
Mi riesce difficile biasimare la regista al suo esordio, specie dopo aver propinato la visione di una partita di Roller Derby a innumerevoli amici, la cui espressione sembrava dire sempre ed inequivocabilmente “COSA DIAVOLO STA SUCCEDENDO IN CAMPO?”
Ed in effetti, il Roller Derby è uno sport di non semplice ed immediata comprensione. Spiegato nei suoi termini generali può apparire elementare, ma la verità è che sul track, nell’arco di due minuti, centoventi secondi, ovvero l’intervallo di durata di un match, accadono moltissime cose, che un occhio non allenato non riesce a cogliere e distinguere a primo impatto.
Ricordo il primo bout – è così che si chiamano le “partite” nel Roller Derby – che vidi dal vivo.
Le Harpies di Milano giocavano contro le Zurich City RollerGirlz, uno dei loro primi bout contro una squadra di livello avanzato. Avevo da poco calzato i pattini per la prima volta, con risultati alquanto disastrosi, e quello che vidi mi sembrò assurdo e stupendo al tempo stesso.
La cosa che più mi emozionò, è che tutto quello che stavo vedendo, era frutto di una realtà che veniva fuori dal nulla. Do it yourself, è questa la filosofia del Roller Derby. Non esiste una squadra nella tua città? Fondane una. È così che sono nate le Harpies di Milano, le Holy Roses di Palermo, le She-Wolves di Roma, tutte le 20 ed oltre squadre sparpagliate sullo Stivale. Certo, cominciare da zero può essere complicato, a volte scoraggiante, ma dal canto suo il mondo del Roller Derby è uno degli ambienti in cui ci sia più solidarietà a livello sportivo e supporto di quanto ci si aspetti.
Roller Derby (3)Anche la nostra squadra, a Bologna, le Bone-Crushing Hyenas, è nata da un’open call lanciata attraverso una pagina Facebook. Eravamo poco più che una decina al primo incontro in birreria, senza uno spazio per allenarci, senza aver mai letto il regolamento, senza sapere bene in cosa ci stavamo lanciando, ma con il desiderio di farlo. A settembre abbiamo festeggiato il nostro primo compleanno, e nell’arco di un anno moltissime cose sono accadute: l’Italia ha partecipato al primo campionato mondiale a Dallas, è uscito il primo documentario sul Roller Derby, le Harpies sono state riconosciute dalla WFTDA, e, udite udite, la prima squadra di Roller Derby maschile in Italia comincia a muovere i primi passi, i telegiornali nazionali cominciano a trasmettere i primi servizi su questo sport.
Il mondo del Roller Derby in Italia sembra obbedire alla dura legge che vige anche sul track: tantissime cose si muovono in fretta, cambiano, si evolvono. Un movimento unico nel suo genere.

Roller Derby a Bologna:
La squadra bolognese Bone-Crushing Hyenas si allena presso il Centro Sportivo Corticelli, il Lunedì alle 21.30. E’ possibile mettersi in contatto con la squadra attraverso la pagina facebook Bone-Crushing Hyenas – Roller Derby Bologna.

– Gloria Montagna

Foto a cura di Agostino Amato, Bone-Crushing Hyenas e Artestudio di Renato Liguori

nausicaa

NAUSICAÄ DELLA VAL DEL VENTO – Curiosità

Quest’estate ho lavorato alla mia tesi di laurea triennale, Bioetica, roba da otaku, nella quale i principali nodi del dibattito bioetico sono analizzati attraverso il cinema d’animazione giapponese da Mazinger Z a Ghost in the Shell. Tra i film presi in esame, non poteva certo mancare il capolavoro del maestro Miyazaki Hayao Nausicaä della Val del Vento.

A seguito di una catastrofe naturale nota agli uomini come ʻI sette giorni di fuocoʼ, la popolazione umana si decimò e una fitta selva, la Giungla Tossica – così chiamata per le mortifere spore che emanano i suoi alberi, abitata oltretutto da insetti giganti – coprì gran parte del globo, non cessando mai di espandersi.

nausicaa 2Mille anni dopo, Nausicaä, principessa della pulita e pacifica Valle del Vento, perlustra la Giungla e scopre che le sue spore velenose sono la conseguenza dell’aria sporca che le piante avevano respirato quando gli uomini avevano dominato il mondo con le loro macchine; constata inoltre che è sufficiente curare le stesse piante con acqua e aria pulita delle profondità della terra perché esse si depurino e diventino rimedi per i malanni degli uomini.

La Valle viene coinvolta in una guerra tra due nazioni più grandi e tecnologicamente più avanzate: Tolmekia e Pejite. La principessa è presa in ostaggio.

Fuggita dal giogo dei Tolmekiani, Nausicaä incontra Asbel, principe di Pejite, e insieme penetrano nel cuore del pianeta, sotto la Giungla Tossica, dove l’acqua e le piante sono benefiche.

Takahata Isao e Miyazaki Hayao fondarono il noto e prolifico Studio Ghibli nel 1985. Vissuti entrambi gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, covano un forte sentimento antibellico, il timore del nucleare e la nostalgia del Giappone delle tradizioni, dello Shintoismo e del Buddismo, tutti ingredienti importantissimi dei loro film d’animazione; acre e realista il primo, magico e positivo il secondo: «Cerco sempre di partire dall’assunto che gli umani siano stupidi. Mi disgusta il concetto che l’uomo sia l’essere definitivo, che sia stato scelto da Dio. Anche se credo che in questo mondo ci siano cose belle, importanti e per le quali meriti impegnarsi a combattere» (è Alessandro Bencivenni a riportare le parole del maestro Miyazaki).

Nausicaä della Val del Vento, trasposizione cinematografica dell’omonimo manga di Miyazaki, è stato rilasciato nel 1984, un anno prima della fondazione dello Studio che ne ha acquistato la proprietà successivamente. Nell’ottobre 2015, il film è stato riproposto nelle sale per festeggiare i vent’anni d’attività del Ghibli; per tal motivo, proporrò nel mio articolo due curiosità sulla sua ideazione.

sindrome_minamataLe conseguenze del deturpamento ambientale – tema al maestro molto vicino, come già detto – possono essere nefaste non solo per l’ecosistema, ma anche per l’umanità; bisogna riguardo a ciò citare la tragedia della Baia di Minamata, in Giappone, nella quale la Chisso Corporation aveva riversato acqua contenente mercurio ininterrottamente dal 1932 al 1968. Secondo i dati registrati nel marzo del 2001, furono più di duemila le persone colpite dalla Sindrome di Minamata, conseguenza appunto dell’avvelenamento da mercurio. Più della metà sono decedute.

È questa triste vicenda che spinse Miyazaki Hayao a realizzare il suo manga Nausicaä della Val del Vento e il lungometraggio da esso tratto.

Ciò che più ha incuriosito il maestro è stata la capacità della fauna marina di adattarsi all’ambiente contaminato dall’uomo; da qui probabilmente gli insetti giganti della Giungla Tossica.

Nausicaä della Val del Vento è stato inoltre fortemente influenzato dall’ipotesi di Gaia, formulata nel 1979 da James Lovelock, membro della Royal Society. Lo scienziato sostenne che la Terra sarebbe anch’essa un essere vivente che agisce in modo tale da mantenere sempre il suo equilibrio. La teoria si sposa perfettamente col misticismo panteista giapponese, infatti influenzò direttamente anche un altro celebre film: Final Fatasy – The Spirits Within.

Le due fonti confermano che Miyazaki è affezionato all’idea della Terra come creatura con un suo equilibrio, indipendente dall’esistenza dell’uomo; quel che il regista denuncia col suo film è l’arroganza dell’umanità che si è sottratta a suddetto equilibrio credendosene al di sopra.

Nausicaä della Val del Vento ha ispirato la saga di videogiochi JRPG Final Fantasy (che col film sopraccitato condivide solo il nome e l’ideatore) e ha oltretutto ottenuto il sigillo del WWF. È un capolavoro indiscusso, unico nel suo genere, che tutti dovrebbero vedere, a prescindere dal proprio amore per il cinema d’animazione.

– Pietro Balestra

leon-trotsky

ANTIDOTI D’OTTOBRE

“I filosofi hanno finora solo interpretato il mondo; ora si tratta di cambiarlo.”

K.M.

Mi piacque, un giorno, sottolineare alla persona che mi ha istruito l’utilità del calendario; ovvero usare lo scorrere dei giorni per ricordare peculiarità della nostra storia, vero e unico patrimonio dell’umanità. Se ben cadenzato, un buon seguirsi di profili di eventi ed eroi può aiutare gli individui a comprendere, più approfonditamente, i propri costumi (che per loro natura assomigliano a una summa di tutte le abitudini accolte e praticate dalla società).

Ho pensato che per quest’Ottobre, visto che si parla tanto di Putin, mi sarebbe piaciuto spolverare il cameo di uno dei più sfortunati padri della Russia.

Avvertenze sul metodo: per ricostruire il pensiero di Léon ho utilizzato dei brani un po’ postumi ai fatti riportati; spinta dalla ipotesi che alcune idee e convinzioni siano esplicate da atti e pensieri in differenti spazi temporali, ovvero che queste si dilatino, come ombre, durante il corso dell’intera esistenza.

«Trotskij nacque il 26 ottobre 1879 nei pressi di Brobinez, nell’Ucraina del Sud. Era figlio di un ricco agricoltore ebreo di nome Bronstein. Venne chiamato Léon Davidovic. […] Alcuni dei primi ricordi concernono la situazione critica dei lavoratori della fattoria, i quali erano costretti a vivere nutrendosi esclusivamente di minestra e crema di cereali. […] Frequentò le scuole di Odessa. […] Cominciò a conoscere la letteratura russa ed europea; cominciò a comporre versi propri, e venne persuaso dagli adulti a leggerli a voce alta. […] A 16 anni si diplomò al collegio provinciale di Nicolajev. Là venne in contatto con gli studenti rivoluzionari. Si portava dentro un senso di protesta: ‘un sentimento di simpatia per gli oppressi e di indignazione per l’ingiustizia’; ma non si preoccupava ancora delle utopie socialiste. [… Coi compagni] Conducevano una vita comunitaria, indossando tutti i camiciotti blu e cappelli di paglia rotondi, portavano bastoni da passeggio neri. […] Nel 1896 vennero organizzati scioperi in numerose città russe. Trotskij ricorda: “iniziai la mia attività di rivoluzionario unendomi alla dimostrazione della Vetrova”. Trascorse in carcere gran parte dei primi anni di maturità; ma la cosa non sembrava preoccuparlo molto; addirittura, mentre scontava la seconda pena nel 1906 affermò che avrebbe lasciato la cella d’isolamento nel carcere di Pietroburgo con una sfumatura di rimpianto, tanto questa era tranquilla, intaccata dagli eventi, così perfetta per il lavoro intellettuale.» (Mosley, N., L’assassinio di Trotskij, 1975, pp. 10-13).

Un balzo in avanti. Il quadro storico entro cui ci muoviamo è la rivoluzione del 1917 che travolge l’egemonia zarista: il popolo, esasperato dalla carenza di pane, inizia alla fine di febbraio una protesta spontanea che presto viene “politicamente” incanalata e guidata dai leader socialisti. Vi è un passo in cui la forte opposizione borghese si unisce alla protesta sperando di ottenere un nuovo regime parlamentare. Anche la guardia di Pietroburgo solidarizza con gli insorti e Nicola II è costretto ad abdicare il 15 marzo. Si costituiscono due centri di potere nel paese: il governo provvisorio, gestito dalla borghesia e la rete dei Soviet, guidata dagli operai, dai cittadini, dai soldati che volevano una nuova gestione delle fabbriche, la distribuzione della terra e la pace (ricordiamo: la grande guerra si combatte da una manciata d’anni). «Trotskij trascorse le giornate organizzando una valanga di assemblee di massa. Se ne tenevano dunque, nelle scuole, nei teatri, nelle fabbriche e nelle strade» (Ivi, p. 63). Le sue idee dovevano suonare più o meno così: «Dobbiamo ingaggiare una lotta instancabile e inflessibile contro tali trascuratezze e contro questa mancanza di cultura, con le parole, con i fatti, con la propaganda e con standard più alti, con l’esortazione e chiamando gli individui a rispondere del proprio comportamento. Coloro che tacitamente tollerano cose come sputare sulle scale o lasciare un cortile o una casa come un porcile sono cattivi cittadini e indegni costruttori della nuova società. […] Davanti a noi sta una battaglia importante: la lotta contro tutte le forme di negligenza, trascuratezza, indifferenza, imprecisione, incuria, noncuranza di disciplina individuale, sperpero e spreco. Tutti questi sono solo gradi differenti e sfumature dello stesso male. Da una parte una mancanza di attenzione e dall’altra una sfrontatezza di bassa lega» (Trotskij, L.D., La rivoluzione dell’individuo, 1921, pp. 12-13).

Nel 1917 si sperò il ribaltamento di tutte le sovrastrutture gerarchiche e sociali, che, fino a quel momento, non avevano prodotto che sangue, diseguaglianza e sfruttamento. Le idee marxiste si muovevano rapide e ferree per le neofite metropoli, alcune delle quali; Parigi, per esempio, erano state scena delle nuove sovrastrutture, modello di emancipazione e autonomia.

Più o meno diffusamente si sogna un popolo omogeneamente istruito: « All’origine vi è la battaglia contro l’arretratezza della cultura, l’analfabetismo, la sporcizia, la povertà. Il miglioramento tecnico, la diminuzione del personale, l’introduzione di un maggior ordine, attenzione e precisione nel lavoro ed altre misure della stessa natura, non possono ovviamente esaudire il problema storico, ma aiutano a indebolire gli aspetti più negativi del burocratismo. Le difficoltà di educare migliaia di nuovi lavoratori nello spirito di servizio, della semplicità e dell’umanità, in condizioni di transizione e con istruttori ereditati dal passato, sono grandi. Grandi ma non insuperabili. Non possono essere superate in una sola volta, ma solo gradualmente» (Ivi, p. 17).

S’è intuito che la vera chiave per ribaltare l’oppressione della minorità era la diffusione dei valori appartenenti alla cultura. «Non dubito nemmeno per un istante del fatto che la coscienza del Mondo non può esser corrotta e che segnerà, anche in questo caso, una delle più splendide vittorie.» (Trotskij, L.D.) L’ottimismo è uno dei tratti fondamentali dell’esule rosso.

1917Se si pensa al secolo che, sommariamente divide la prima bozza del Manifesto dall’assassinio per mano di Mercader, si può vedere a chiare lettere un periodo di radicale transizione dei valori sociali, l’oligarchia aristocratica – il cui emblema era il capitolato con la bélle epocque – veniva spazzata via dalla pragmatica etica borghese; le biblioteche, lo studio introverso e metaforico viene abbandonato in favore della velocità di guadagno, della scoperta di nuove merci di scambio, di oggetti quantificabili. Non dovrebbe stupire se, nel bel mezzo della marcia industriale – quella che fece cambiare colore alle ali delle falene in Inghilterra (dando prova, in un trent’anni, della validità della teoria darwiniana) e del moltiplicarsi, esponenziale, delle politiche coloniali – qualche mente, più attenta di altre, si sia fermata a considerare i fatti, tentando di elaborare un valido antidoto. Ancora Léon, circa vent’anni dopo, si ferma nella contestualizzazione di quel che ha attorno (diretta conseguenza delle lotte iniziate sul vecchio continente) evidenzia le medesime falle del tessuto sociale: «Il progresso umano s’è cacciato in un vicolo cieco. Nonostante i trionfi recentissimi della tecnica, le forze materiali di produzione hanno cessato di accrescersi. Il più chiaro sintomo del declino è il ristagno mondiale dell’industria edile, dovuto alla cessazione di nuovi investimenti nelle branche fondamentali dell’economia. I capitalisti non sono semplicemente più in grado di credere nell’avvenire del loro sistema.» – «Oggi la vittoria del monopolio è apertamente riconosciuta dagli esponenti ufficiali della società borghese. Tuttavia, quando nel corso della sua prognosi Marx aveva concluso che il monopolio era implicito nelle tendenze del capitalismo, il mondo borghese considerava la concorrenza come una legge eterna della natura.» – «Il dominio del debole da parte del forte, dei molti da parte di pochi, dei lavoratori a opera degli sfruttatori è una legge fondamentale della democrazia borghese» (Trotskij, L.D., Che cos’è il marxismo?, 1940, p. 14). Una credenza morale che avrebbe consentito a molti individui di continuare, per il plusvalore, a gestire con brutalità la vita, le ore, la prole di molti altri individui, i proletari; per giustificare l’eterna corsa alla gloria della mondanità: la ricchezza, sorella dell’avidità.

Fu errato cercare di solvere questo meccanismo promuovendo un’altra, più giusta, ideologia?

Nel Manifesto (testo ispiratore di tutto il clima), prima delle scoperte tecnologiche che sfigurarono il volto del pianeta, Marx (assieme a Engels) aveva formulato un pensiero affine: «Si parla di idee che rivoluzionano un’intera società; con queste parole si esprime semplicemente il fatto che entro la vecchia società si sono formati gli elementi di una nuova, e che la dissoluzione delle vecchie idee procede di pari passo con la dissoluzione dei vecchi rapporti d’esistenza.» – « Il proletariato, lo strato più basso della società odierna, non può sollevarsi, non può drizzarsi, senza che vada in frantumi l’intera sovrastruttura degli strati che formano la società ufficiale. [… Che] non è capace di dominare, perché non è capace di garantire l’esistenza al proprio schiavo neppure entro la sua schiavitù, perché è costretto a lasciarlo sprofondare in una situazione nella quale, invece di esser da lui nutrita, essa è costretta a nutrirlo. La società non può più vivere sotto la classe borghese, vale a dire l’esistenza della classe borghese non è più compatibile con la società. La condizione più importante per l’esistenza e per il dominio della classe borghese è l’accumularsi delle ricchezze nelle mani di privati, la formazione e a moltiplicazione del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato poggia esclusivamente sulla concorrenza degli operai tra di loro. Il progresso dell’industria, del quale la borghesia è veicolo involontario e passivo, fa subentrare all’isolamento degli operai risultante dalla concorrenza, la loro unione rivoluzionaria, risultante dall’associazione» (Marx, K., Il manifesto del partito comunista, 1848, pp. 49-50).

Era appena l’aurora della mobilitazione per idee e valori autenticamente illuministi, ovvero razionali, universali, egualitari: «Il comunismo non toglie a nessuno il potere di appropriarsi di prodotti della società, toglie soltanto il potere di assoggettarsi il lavoro altrui mediante tale appropriazione.» (Ivi, p. 56). Proprio i valori che le grandi guerre, scoppiate dopo la diffusione – virale –degli stessi, hanno trasfigurato: prima con i totalitarismi, poi con l’etica volta, solo, all’esteriore oggettità; andando a costituire quelle attitudini orientate al circolo vizioso di desiderio e accumulo.

Trotskij, testimone di questo processo, come Antidoto1, con il solito ottimismo, appunta: «Nel nostro paese la classe operaia è arrivata al potere per la prima volta nella storia. La classe operaia possiede una ricca quantità di esperienza di lavoro e di vita e un linguaggio basato su questo. Ma il nostro proletariato non ha avuto un sufficiente insegnamento scolastico per quanto riguarda il leggere e scrivere elementari, per non parlare dell’educazione letteraria. Questa è la ragione per cui l’attuale classe operaia al potere nonostante tutto non si è ancora levata con l’energia necessaria contro l’intrusione di nuove parole ed espressioni inutili, corrotte e a volte orribili» (Trotskij, L.D., La rivoluzione dell’individuo, 1921, p. 25).

Marx, K., Engels, F., Il manifesto del partito comunista, 1872, Milano: A.C. editoriale coop, 2010.

Mosley, N., L’assassino di Trotskij, a cura di Oddera F., Milano: Longanesi, pocket rossa, 1975.

Trotskij, L.D., Che cos’è il marxismo? 1940.

Trotskij, L.D., La vita è bella, a cura di Bidussa, Milano: Chiarelettere, 2015.

1Nome d’arte usato in giovinezza.

– Giuditta L’Onesta

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L’ANGOLO DYLAN DOGGHIANO

In questo angolo si recensisce a piacimento. E si spoilera. Benvenuti!

DD_349DYLAN DOG 349 – LA MORTA NON DIMENTICA

Uscita: 29/09/2015

Soggetto: Paola Barbato

Sceneggiatura: Paola Barbato

Disegni: Bruno Brindisi

Copertina: Angelo Stano

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Con l’albo numero 349, con questa recensione, vi do il benvenuto nella “Fase Tre” dell’azione di rilancio (che risulta sempre più riuscita) di Dylan Dog. Infatti in La Morta Non Dimentica, si esprime per la prima volta in maniera palese e fortemente marcata la nuova natura continuativa della storia tra un numero e l’altro del fumetto bonelliano, attraverso i legami all’albo n. 338 Mai Più, Ispettore Bloch. Torna infatti in scena Nora che, insieme alla spalla Gus, vuole vendicarsi su Dylan Dog, il quale l’ha costretta ad un’immortale vita – e profonda sofferenza – per lei imperdonabile.

La fortissima coppia Barbato-Brindisi ci accompagna in questa novità, che a mio parere è la vera e propria rivoluzione tra le originalità che si sono susseguite nell’ultimo anno (eh sì cari amici, è già passato un anno da Spazio Profondo, che ha sconvolto, ringiovanito e rinvigorito l’Old Boy!) La storia conferma ancora una volta la versatilità e la bravura della Barbato, che tesse una sceneggiatura coinvolgente e splendidamente grottesca, dove l’Indagatore dell’Incubo dovrà vedersela con il “caso dei manichini”, ovvero vari omicidi realizzati con l’utilizzo della tecnica della tassidermia. Genialmente inquietante. Ma ci sono altri aspetti particolarmente stuzzicanti: i clienti di Dylan in questo caso sono Bloch e Jankins, che vogliono indagare riguardo a strani comportamenti di una compaesana di Wickedford, alla quale è venuto a mancare il vecchio marito.

Paola barbato in questo bell’albo è stata spietata, tagliente, ma anche brava a rappresentare l’umanità dei personaggi: Nora è tragicamente infantile e non riesce a sopportare che le si dica di “no”; Groucho e Jenkins si scoprono compagni di gag esilaranti, amalgamando le incapacità di essere serio (apparentemente) per il primo e quella di decifrare il sarcasmo per il secondo; Dylan mostra la sua inettitudine (anche e soprattutto metaforica) a liberarsi delle vecchie abitudini, sin dalla scena iniziale dove non riesce a sbarazzarsi di inutili cianfrusaglie nell’abitazione di Craven Road 7; infine Bloch, che nella tranquillità della sua nuova vita da pensionato non riesce a non aggrapparsi a qualche caso da risolvere. E anche il finale della storia è azzeccato e col botto, letteralmente.

Brindisi è supremo. Le prime tavole non emozionano, ma alla fine non si può che inchinarsi alle scene dirompenti e splatter che ha saputo tirar fuori. La tavola di pagina 84 basterebbe per scaturire l’ovazione.

Quindi il nuovo continuum fra gli albi ha preso definitivamente forma. Sinceramente, ero dubbioso di cosa potesse avvenire, ed invece il tutto non poteva accadere in maniera migliore. Adesso ovviamente si innalzano le aspettative in attesa di quando si rifarà vivo John Ghost, il nuovo personaggio introdotto nell’albo n. 341. Nel frattempo – udite-udite – Dylan Dog raggiungerà il prossimo mese le 350 uscite in edicola! Avremo così a che fare con un numero tutto a colori, intitolato Lacrime di Pietra. Curiosissimi, vero? A presto!

***Tavola cult: pag. 84***

– Roberto Meattini

Una notte con Lucrezia - Eugenia (2)

UNA NOTTE CON LUCREZIA

Dato il successo della rubrica di Roberto Meattini L’Angolo Dylan-Dogghiano, che La Voce di Thalìa ha il piacere di pubblicare fin dalla sua fondazione, Giuditta L’Onesta ci rende partecipi di una manifestazione a tema della sua terra.
Buona lettura!
La redazione

«La dedica di ogni libro prodotto ai giovani del secolo XXI e alla loro educazione culturale, artistica, umana, perché imparino ad apprezzare il patrimonio culturale e genuinamente popolare trasmessoci dai secoli precedenti, è una costante della Fondazione Editrice.»

Fondazione Rossellini per la letteratura popolare

Una notte con Lucrezia - Eugenia (1)A Senigallia fino al primo novembre è allestita una mostra, al Palazzo Ducale, tutta incentrata su Dylan Dog. Il Comune ha scelto la Fondazione Rossellini (con la quale collabora per l’evento stagionale Ventimila leghe sotto i mari). Quest’anno, con la supervisione della casa editrice Bonelli han pensato di riempire alcune stanze con le copertine (incorniciate) dedicate al celebre indagatore dell’incubo. Fino al primo novembre, una dopo l’altra, raccontano una storia che appassiona il Belpaese da decenni, e in via del tutto eccezionale, alcune sono state esposte senza titolo dell’albo: vale a dire come vere e proprie tele con dei medesimi, mutevoli soggetti. All’inaugurazione – tenutasi il 14 agosto – per le sale si muoveva un’orchestrina intonante la sonata del Tartini; timbro diabolico e distintivo della lunga serie di avventure.

Per l’occasione, Gianfranco Manfredi e Luca Casalanguida hanno assemblato una storia “tutta particolare” – edita in edizione speciale e tiratura limitata, 1000 copie – intitolata Una notte con Lucrezia. Una ministoria ambientata fra la Rocca Roveresca e la Rotonda sul Mare, monumento coevo della città. Dylan, alla soglia del Capodanno, si trova alle prese con le vestigia oniriche del Rinascimento e i begli occhi della figlia del più corrotto dei pontefici. Lo scambio di sguardi, nella terzultima tavola, ha un chè che desta maraviglia.

– Chi fu Lucrezia Borgia?

Figlia del Pontefice Alessandro VI e sorella di Cesare, osannato da Machiavelli quale Duca Valentino; modello di individuo salito al potere.

Nata a Roma nel 1480. Fu data in moglie al signore e vicario per la Chiesa di Pesaro, Giovanni Sforza. Le nozze furono celebrate il 12 giugno del 1493. Per volere del padre – che dichiarò nullo il vincolo matrimoniale venne data in sposa al Duca di Bisceglie, parente diretto del re di Napoli. L’alleanza del duca Valentino con i francesi, però, incrinò i contratti prematrimoniali. Lucrezia fu nominata governatrice di Foligno e poi di Nepi. Nel 1500 il promesso Alfonso fu assalito (e ucciso) da alcuni sgherri del Valentino. In terzo accordo, Lucrezia venne data in sposa al duca Alfonso d’Este. Da queste nozze si dedicò alla vita cortense, permettendo il fiorire delle arti letterarie – Ariosto sta cantando l’Orlando e il Bembo scrive, mentre attorno si raccolgono i mastri artigiani del Rinascimento. Nel 1519 muore a causa di un aborto, aveva 39 anni (fonte: www.treccani.it).

– Giuditta L’Onesta

Sex aequo

ALTER VERSION

Thalia sta organizzando – per salutare la nuova stagione – un evento in Azzo Gardino, nel centro CostArena; si collabora con Bossy (www.bossy.it), comunità virtuale custode delle individualità sviluppate ed eterodosse.

Per non ricalcare l’uso di esporre il programma – fra qualche giorno disponibile su flyer – propongo un’intervista – per introdurre il climax della serata Sex aequo, tutta dedicata alla parità dei diritti fra i sessi – a una carissima conoscente che si chiama Vera e mi ha visto crescere. All’anagrafe si chiamava Fabrizio, nel primissimo nuovo millennio prestò volto e nome per rappresentare uno degli aspetti più spinosi e tecnici della cultura LGBTI; sempre più complessa e variopinta.

Vera Fraboni

Foto da un cantiere di Vera Fraboni

«Sono una signora di 61 anni, felice del mio presente, che vivo momento dopo momento. Sono autentica, e ho una grande passione per l’architettura.»

Vera è figlia degli anni ’50, andava a scuola con mio padre, conobbe la Venezia scanzonata e universitaria, la libertà; sfidò il provincialismo e planò negli ambienti del design e della libera professione. Ha scalato l’ambiente della tendenza, finito per esser citata su riviste specialistiche.

Le chiedo cosa sia stato per lei il lavoro, lei accenna alla nobiltà dell’azione che completa l’inclinazione; alla bellezza del lavoro creativo, che come vuole il detto, pone sempre nuovi enigmi.

«Le mie linee architettoniche con la transazione sono diventate leggere, sottili e sinuose. La loro morbidezza rispecchia il mio carattere attuale che si è liberato da spigolosità taglienti.»

Vera. La dimostrazione che uno su mille ce la fa.

Sono davvero poche le cose utili quanto un esempio ben riuscito, un modello consapevole da raccontar agli altri. Le chiedo quindi di approfondire i temi sull’individualità, lei scuce una serie di riflessioni personalissime, come del resto ha chiesto la mia domanda.

Vera Fraboni (2)

Foto da un cantiere di Vera Fraboni

«Il mio percorso è stato accompagnato da una ricerca psicoterapica che mi ha aiutata ad appropriarmi di sentimenti ed emozioni negatemi dall’educazione familiare, dal mio vissuto. – Sospira – Oggi sono libera e posso essere triste, felice, ridere e piangere; sono Vera di nome e di fatto. E non posso esprimere me stessa nella massima libertà e leggerezza.»

Credo che la trasparenza d’umore sia il connotato di un carattere equilibrato, soddisfatto del suo percorso. Ora, Vera mi invita a riflettere sulla questione dell’identità come una sintesi di scelte che – momento dopo momento – definiscono la personalità, ovvero le modalità con cui rispondiamo agli stimoli del mondo esterno; quelle impercettibili sfumature che abbiamo il coraggio di esplorare, esistendo. (L’identità è qualcosa che si plasma a contatto con “gli agenti esterni” – evviva il materialismo storico – nei quali, essendo stati generati da un simile, ci troviamo per necessità. E che, di volta in volta, ripercorrendo le ombre di se stessa, cade nella memoria e dà nuovi significati e sapori a se stessa e al mondo.)

Ci fermiamo per qualche istante sul Coming out, momento cruciale per molti che vivono questo percorso. È facile, a questo punto, scivolare su argomenti di società – le chiedo cosa pensa dei meccanismo di costume di oggi:

«Per me, che ho sempre tenuto orecchio alla politica, da sempre paladina dei diritti civili; usai i nascenti format dei Mass media per condividere una scelta esistenziale che sta dilagando, fortunatamente, nei nostri costumi. Fu importante vivere l’affermazione della mia, conquistata identità».

Erano i tempi di Tempi moderni, si raccontava il cambiamento nella e verso la digitalità; si saggiava una nuova dimensione della velocità. Sembriamo avvicinarci agli argomenti di attualità.

Vera Fraboni (3)

Foto da un cantiere di Vera Fraboni

Dalla cronaca quotidiana, infatti, estraiamo molti atteggiamenti che ricalcato la paura e il razzismo, che molto bene si sposano con l’intolleranza che leggiamo sui giornali rispetto la cultura gender. – Tutto sembra essere troppo finemente contraddittorio per non essere circoscritto in una serie di ossimori che molto bene ricalcherebbero i dubbi sorti dall’aver consapevolezza che la finanziaria cinese nutre l’interesse degli Stati Uniti; ora più vicini alle posizioni Russe che alle sue secolari, dedicate al profitto. Mastini pronti contro l’ombroso e barbaro Stato Islamico. – Bruxelles ci rimprovera per un corpus legislativo troppo legato a categorie irrispettose della libera scelta circa il proprio organismo; la scienza implementando gli ormoni delle donne dimostra una certa, frenetica cecità; la neocoronata Miss Italia mostra una certa irreparabile ignoranza circa la storia della nostra nazione. I musulmani ricevono gli agguati delle Femen, altro fenomeno più goliardico che culturale e costruttivo.

Le domando un’ultima opinione, lei conclude:

«Non sono per le unioni civili bensì per il matrimonio egualitario con la possibilità di adozioni, utero in affitto… divorzio; sono tutte “forme” – convenzioni che non sostituiscono, ma anzi si nutrono d’Amore, che poi è l’unico agente che crea legami di coppia con eguali diritti e doveri.»

– Giuditta L’Onesta

LA PIETA’ TRASLITTERATA

Pietà traslitterata

La pietà traslitterata – Errante Blu*

Dalla Figura della Madonna si anima il carattere di Circe, emblema Nolano della femminilità asinina e sacra, chiave del suo pantheon. Sulle sue ginocchia un giovane senza sensi, è bellissimo, ed ha in nome il secondo nome del profeta che ebbe, fra i tre, in onore di scorgere, con più pia lucidità, il mistero divino.

Circe: Sorgi Isreaele.

Ti prego svegliati, il mondo è nell’Oblio.

Straripate son le rive del Lete.

hashem (dio)

Destati o luce degli occhi miei.

tiphereth (bellezza)

Circe lo sta chiedendo, assetata d’una Giustizia che più non esiste per le nostre sfere;

d’inganni, o mio amato, s’è riempito l’aere.

– hesed (carità)

Gli uomini pestano la natura, dimentichi della Grazia che c’ha generato;

che del Mondo, un po’ alla volta, l’ordine c’ha svelato,

plasmando di dialettica natura, sì da fortificar la noetica postura,

quella che delle zampe, al due, allinea l’andatura.

– Zain (lettera – albero della conoscenza)

Da decenni l’insegnamento antico non viene onorato con autentico rito.

Quel che i padri ebbero in onere di custodire;

sì che i figli vivessero ospiti di metafisiche cittadine.

– queddusha (santità)

– anak hokmah (dei giganti la sapienza)

Con il soffio della bocca illumina l’interezza di tutta lor schiera,

vedremo nei loro cuori risplendere virtute fiera.

-hit anev (essere modesti)

Da decenni, dalle polveri di numero e sapone, la lezione savia e antica vien tosto tralasciata,

e meco porto il fedele richiamo, d’una Giuditta che mai alzò la mano; si di te, o bel Signore.

– shekinah (giustizia)

ma da che in me crebbe l’universal sapienza, imparai a difender il tuo Nome e principio,

al di là della personale, mia convenienza.

– yessod (fondamento)

Apri dunque i begli occhi o Israele; e con la Forza che emetti in ogni respiro,

annunzia il tempo della frugalità, della fame sfamata; dell’interior gentilezza.

<Per il frutto dell’albero, per il prodotto del campo e per la terra desiderabile,

buona e vasta che tu hai dato in possesso ai nostri padri,

per mangiare i frutti e per saziarsi del suo bene.

– infiniti sono i misteri d’ogni ghetto –

Abbi pietà, Signore Dio nostro, di Israele popolo tuo,

e di Gerusalemme città santa,

e del suo santuario e del suo altare.>1

che altro non può essere che il cuore stesso d’ogni individuo.

Svegliati, e con me allontana l’umano gregge dai porci che caminano su questa terra; sicchè smettano di sporcarsi d’ignominia per via dell’ignoranza; figlia oziosa della venialità.

– kavod (gloria)

<Ma il fuoco o il vento o l’aria sottile o la volta stellata o l’acqua impetuosa o i luminari del cielo considerano come dei, reggitori del mondo. Se, stupiti per la loro bellezza, li hanno presi per dèi,

perché li ha creati lo stesso autore della bellezza.

Di fatti dalla grandezza di tutte le creature per analogia si conosce l’autore.>2

Fosti tu il primigenio maestro,

colui che del dio colse il più impalpabile regno;

Ora, ti prego, da questo cenno di umiltade pregno

prendi vita, scolpiremo assieme il messaggio in modo chiaro e degno.

Del tuo ausilio, o custode di buoni consigli,

ho necessità; i costumi hanno dissolto, del Cantico, la fedeltà;

e di generazione in generazione si protrae un salto che,

dei significati, sa annullar la pia lezione;

sì da lasciar una vacante rotazione

in quel trono onde si dovria dar al tollerante il gran valore;

mentre del corpo di donna si fè mercificazione;

cosìcchè nessuno ha in cuore d’allontanarsi da libidinosa stazione;

tanto dell’amor sacro si sperpera a demenza;

Resh

allontanando, ancora, la mente dalla sede sua naturale,

l’anima che connette l’uomo al suo eguale.

sì, il tuo gregge pasce ignorando la dolcezza dell’alta legge;

Per questo o mio Signore sali donde splende chi sa e regge.

– chesed (Amore)

Israele: <E in essi venne lo spirto.>3

Per il tuo amore, o Madonna, il comandamento esaudirò;

e alla testa del tuo popolo, come uno spettro, guiderò.

C: Aroma si effonde, è il tuo Nome.

– hod (maestà)

– Giuditta l’Onesta

* La madonna è nuda e pregna.

È pregna perché sa che si rinasce solo dall’alto dei cieli e per questo indica il cielo. Di cosa è rimasta incinta? Di idee nuove, di futuri, di possibilità pronte ad aprirsi a chi guarda in alto. Gesù giace morto tra le sue braccia, ma la Madonna non se ne preoccupa, perché Gesù è morto solo per chi vede in Gesù un uomo. Per chi vede in Gesù l’Io, non c’è tanto da preoccuparsi. La sua morte è solo motivo per una nuova rinascita. E rinascita senza via d’uscita. CAMBIAMENTO RADICALE sembra essere ciò che l’Io/Gesù chieda. Non preoccuparti troppo della morte del tuo io di quello che eri e che facevi.

Concludo citando: “Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi.”

– ErranteBlu

1 Talmud, Capitolo IV, Benedizione Riassuntiva.
2 Sapienza, 13,13.
3 Ezechiele, 37, 10.
Botticelli-primavera

DETTA “LA PRIMAVERA”

Avvertenze: il quadro ha un senso di lettura che da destra conduce a sinistra.

«Del respiro di Cloris (Zefiro) vengono fuori fiori, mentre si trasforma in Flora; in una sorta di “fermo immagine” a dio. Flora è l’araldo della primavera, la stagione di Venere. Dall’altro lato della tela le tre Grazie eseguono la loro danza circolare – al centro Castità coi capelli raccolti e sul volto uno sguardo pieno di desiderio. Voluttà, sulla sinistra, ha una chioma serpentiforme e vesti sciolte; vicino a Venere è Bellezza, piuttosto vestita. Le tre divinità sono: in primo luogo Venere dipinta con seni e ventre alquanto materno, sembra dare la sua approvazione a ciò che le sta accadendo attorno. Sopra di lei c’è cupido bendato, che prende di mira con la sua freccia ardente. All’estrema sinistra sta Mercurio e addita le Nubi.» (p. 163 Moore, T., I pianeti interiori, 2008) – Il dipinto è concluso fra il 1478 e 80; il nome di nascita del “Botticello” è in realtà Alessandro Filipepi: nato a Ognisanti nel 1445. Interprete figurativo del neoplatonismo ficiniano; il lavoro di Albrecht Durer ebbe un grande influenza sulla teoria preposta alla pittura allegorica, di cui fu maestro nella corte dei Medici. Di lui si ascolta: «fu soprannominato Botticelli probabilmente perché uno dei suoi tre fratelli, Giovanni, era corpulento. Giorgio Vasari, invece, interpretò diversamente il soprannome scrivendo nelle Vite che l’artista da giovane frequentò la bottega di un orefice amico di suo padre, chiamato “botticello” assai competente allora in quell’arte.» La notizia però è inesatta, perché all’epoca non risultava nessun orefice con quel nome – e se fosse stata praticata la dannatio memoriae? – Comunque sia, il discusso soprannome fu dato al pittore in relazione a qualcun altro in quanto Sandro era snello ed elegante.» (p. 218, Eikon, guida alla storia dell’arte, Bari: Laterza, 1999) Proprio come l’habitat in cui, con il resto della cerchia, vive. La neofita corte di Cosimo, infatti, permette ad alcuni uomini litterati di esplicare (e applicare) i contenuti delle loro ricerche e studi; improntati, dato lo spirito dell’epoca, alla reinterpretazione del classicismo, così eludendo le limitazioni chieste da Roma. – L’Europa continentale , nel secolo successivo amerà a tal punto questi cimeli e reperti da istituire vere e proprie camere da collezione, o delle meraviglie (wunderkamern) – «La generosità di Cosimo come mecenate e la sua assidua cura nel costruire biblioteche hanno un ruolo significativo in tutta la storia ficiniana del culto dell’immaginazione, il suo dono più pratico fu quello di tempo e spazio. Mise infatti a disposizione di Ficino una villa poco fuori Firenze, a Correggi, dove gli studiosi potevano fare il lavoro di tradurre e comporre, liberi da preoccupazioni e interruzione.» (p. 41, Moore, T., I pianeti interiori, 2008) A quel tempo, le scienze formative insegnavano che la bellezza fosse il miglior stimolante per la conoscenza. Le dottrine platoniche sull’amore – negli effetti – sono sintesi d’ispirazione per queste genti. Da Ficino prendiamo: «Per la qual cosa vogliamo la Bellezza essere fiore di Bontà. E per gli allettamenti di questo fiore, quasi come una certa esca, la Bontà che è dentro nascosta, alletta i circostanti. Ma perché la cognizione della Mente nostra piglia origine da i sensi, non intenderemo né appetiremo mai la bontà dentro a le cose nascosta, se non fossimo a quella condotti, per indizi della bellezza esteriore: ed in questo apparisce mirabile utilità della Bellezza, e dello Amore, che è suo compagno.» (p. 68, Ficino, Sopra lo Amore) – I teorici sostenevano che le immagini, in special modo mitologico-pagane, fossero il più potente veicolo di istruzione del carattere. Contrariamente alla definizione analitica di moda ad oggi, nel Rinascimento si soleva intendere concetti (le virtù, le Idee, le passioni…) attraverso le sfumature di significato possibili solo all’immagine, arte di per sé, poliglotta.

Primavera - Botticelli

Sandro Botticelli, La primavera, tavola, 3,14 x 2.03 cm, Uffizi, Firenze.

Il soggetto de La primavera, in effetti, presenta molte identità ideali e duali – ovvero portatori di due significati opposti e complementari – basilari nella speculazione di Ficino sulla facoltà di usare le immagini in chiave fortemente allegorica. – Una volta compreso il pantheon di mitologie scritte in quei decenni (L’ombra de le idee, scritto dal Nolano è esempio pratico di questi metodi di studio) si riesce a comprendere che il significato più profondo della figura di Venere evoca il superamento della cupidigia; uno degli attaccamenti che, secondo l’etica, tiene attaccato l’uomo alle miserie del mondo che diviene; quello che la filosofia insegna a fuggire.

Castità, quasi ad affermare la sempiterna contraddizione del Mondo, seminuda conduce le danze ancora un po’ più a sinistra, con sguardo conturbante cerca Mercurio, che al limite della tela, guardando il cielo tiene il caduceo. La figura di Mercurio è molto caratteristica del tempo, nel suo distacco compartecipe richiama l’atteggiamento del filosofo, sempre assorto dalle Muse delle nuvole. «Lui guarda alle nubi non perché non ha posto nella scena, o perché non è interessato alle grazie della vita, ma perché suo compito e funzione guardare dietro la facciata delle cose, trovare il significato e il valore che giacciono nascosti nelle pieghe dell’esistenza comune.» (p. 166, Moore, T., 2008).

Ficino redasse, alla fine del ‘400, un dialogo tutto incentrato sulla figura mercuriale e i percorsi di formazione intellettuale e ascesa animistica. «Io sono quello che hai incontrato ai piedi della montagna sacra, e al quale hai concesso di sapere il tuo nome più grande. Quando fui il tuo supplice, e discendemmo dalla montagna sacra parlando insieme; io vi posi delle questioni sulla dottrina della rigenerazione, l’unica che ignori, e tu mi promettesti di rivelarmela.» Il Corpus Hermeticum, infatti, si riteneva autorevole fonte risalente a prima dell’esodo ebraico; nelle sue pagine si trova un racconto allegorico simile e complementare alla Genesi mosaica; il grande fascino del testo era dovuto a un riferimento di Platone presente nel Fedro e nel Filebo. In realtà, il materiale del testo, dopo studi chimici sulla fonte, è datato II-III secolo d.C..

Però, a ben pensarci, in quell’epoca, ci muoviamo in un tessuto sociale altrettanto stimolante e florido di idee. Ci muoviamo in epoca tardo Imperiale, Roma ha già celebrato i suoi fasti. Il cosmopolitismo latino ha portato, nelle città, un mescolarsi di genti e costumi. Le polis sono piene di templi e Musei (casa delle Muse= luoghi dati allo studio) impegnati a trovare le convergenze fra le culture che s’intrecciavano in quegli anni, di gusto prevalentemente ellenico e copto. – In effetti, tutta la medicina di Ficino, quella che allinea l’anima all’ordine dei cieli, si basa su immagini prevalentemente di gusto Olimpico, “vagamente pagano” e non stupisce che un compagno n’abbia voluto rendere encomio.

– Giuditta l’Onesta

Moore, Thomas, I pianeti interiori (2008), a cura di Pattis, E., e Stroppa, C., Bergamo: Morett e Vitali, 2009.
Ficino, Marsilio, Sopra lo amore, a cura di Rensi, G., Milano: Se, 2003
Eikon, Guida alla storia dell’arte, a cura di Rota, R., Bernini, E., Bari: Laterza, 1999.
Trismegisto, Corpus Hermeticum e Asclepius, a cura di Tordini Portogalli, M., Milano: Se, 2006.